martedì 21 febbraio 2017

Due Parole

Due parole sole.
Le uniche due parole che dovrei dire.
Le uniche due parole che avrei dovuto dirti,
ma chissà perchè, queste due parole,
finiscono per pesare sempre come macigni.
Eppure sono quelle, le uniche due parole,
che il mio essere grida ogni volta.
Due parole che si perdono nel tuo sorriso,
due parole per avere anche solo un po' di attenzione.
Due parole che, come sempre, finiscono per restare solo mie.
Pensieri per me, che mi ritrovo a scrivere qui... A scrivere di te.
In realtà dovrebbe esserci altro mentre ti penso,
mentre penso che sei tu.
Ecco... "Sei tu!". Non dovrebbe volerci così tanto a dirlo,
sono solo due parole. Eppure...
Eppure le ho lasciate fuggire via,
un'altra volta, un'altra occasione persa, un'altra notte
l'ennesima a pensarti, a pensare che sei tu.
Tu che non ci sei. Tu che non lo sai.



martedì 31 gennaio 2017

La Regina Rossa

La solitudine molto spesso é un angolo sconnesso,
contratto e rivolto su sé stesso.
Guardo ogni tuo gesto, come ogni sguardo che appare disinvolto
e immagino il tuo sogno, mi sfuggono i colori, 
come se fosse distorto nella realtà.
La tua ferita, ciò che ti hanno tolto,
forse sta solo nella paura di cercarsi,
e nel ricordare.
Sono le tue linee gentili
che provano a nascondere la voracità animale.
Ti ho vista segnare il terreno con i tuoi silenzi.
Il tuo meno sta nel non volersi addizionare,
la tua ultima difesa, nell'incapacità di comunicare
oltre la penombra di te stessa.
Indossi una maschera opaca.
Il dolore è parte di un gioco più grande di noi, 
non si può non vivere per non soffrire.
Svolta quell'angolo, fatti plurale.
Basta davvero molto poco: prova ad amare,
e credimi davvero non è un gioco.

mercoledì 19 ottobre 2016

Alta Marea

Inconcepibile, questa precarietà come consuetudine.
Insostenibile insopportabile senso di transitorietà, 
che arriva a penetrarti nel profondo.
Ciò che ora ha un senso, in pochi attimi è sconvolto, 
sfregiato e reso irriconoscibile, dal logorio della vita, 
dalla leggerezza dei gesti e delle parole.
Punti fermi o riferimenti, niente è per sempre,
nulla può durare più del tempo di un capriccio,
nulla in cui credi è totale.
Ogni giorno, ogni attimo, quest’esistenza, mio malgrado,
persevera ad illudermi con frasi fatte e concetti scontati.
Dimmi, cosa sai? Cosa c’è di profondo? Cosa ti appartiene?
L’unica verità è il dolore.
L’unica certezza è il sangue che scorre dentro, come la marea, 
segue il suo ciclo naturale, scivolando sulle spiagge nude, 
coprendo ciò che prima vedevi e cambiando inesorabilmente l’orizzonte.
Sangue dentro e fuori il mio essere vivo, 
sangue che dipinge il mio volto di nuovi tratti
ed il mio corpo in nuova luce.
Le paure lentamente cadono, una dopo l’altra,
sconfitte da lacrime rosse.
L’urlo della farfalla copre i suoni ovattati dell’ignoranza, beata e irriverente, di chi si ostina a definire Golconda un luogo di spensieratezza, camminando nel marcio e cercando di coglierne il lato positivo.
Guardati dentro, adesso come prima,
e prova a tracciare il confine,
una riga, che separi quello che vedi da ciò che senti, 
perché io non riesco più a sentire il calore che vorrei,
perché gli unici colori che distinguo
sono il nero della notte ed il rosso del sangue.
Tu, che esisti solo nelle mie fantasie,
che ogni volta accendi un mio sorriso,
tu che rivesti i canoni di una donna ideale,
adesso che ho sconvolto le tue logiche,
trova il coraggio per dirmi che sbaglio,
che le paure non uccidono i sentimenti,
che esiste un modo per fermare l’alta marea.

mercoledì 12 marzo 2014

Cartolina da Dublino

Mi sono svegliato questa mattina, per qualcosa che non entra mai in questa città: il silenzio.
Non un clacson, sirena, o brusio di voci che arrivava fino al 3° piano. La strada era vuota lì di sotto o almeno così pensavo. Negli appartamenti di fronte a Parnell Square moltitudini colorate di ragazzi guardavano giù dalle finestre verso la strada sottostante. Ho guardato anche io, in cerca di non so cosa, poi ho visto che cosa guardavano.
Una lunga fila di macchine e più avanti una figura che si muoveva lentamente su per la strada. Era vestita di un lungo cappotto verde che sembrava uno scafandro. Pareva quasi nuotare, idealmente, in un mare profondo. Lui o lei camminava lentamente, molto lentamente.
Seguii il suo passo lento, fino alla fermata del bus, direttamente di fronte alla mia finestra tra l'Ambassador Theatre ed O'Connel Street. Fu proprio lì che la vidi fermarsi a raccogliere qualcosa. Una borsa. Una di quelle che si vedono tutti i giorni. Adesso potevo vederla bene, i suoi lunghi capelli rossi finalmente tradivano il suo essere donna. Seduta con le gambe distese, così, solo a guardare sul marciapiede e dentro la borsa.
Io ero ancora lì al 3° piano a immaginare di incrociare il suo sguardo e al tempo stesso conscio che le emozioni non arrivano mai quando le vogliamo. Ho guardato. Ancora.
Ailis, ho immaginato si chiamasse così, aveva mani piccole che sembravano fatte d'avorio, lentamente aveva iniziato ad aprire la borsa e da questa volavano fuori ritagli di carta colorata ed un libro che come i miei pensieri sembrava andare alla deriva rotolando poco più avanti lungo la strada.
Pochi minuti dopo, come spinto fuori da un tempo infinito di nuovo il clacson, le risate e un mormorio di voci restituite ad un quasi annoiato Molly Malone che risuonava dal negozio di frutta all'angolo. Tutti a guardare, fuori dagli appartamenti e dai pub, tutti vittime di un sorriso che come l'acqua rilasciata da una diga sul Liffey era stato capace di travolgere persino il tempo.
Ho corso giù per tre rampe di scale e mi sono unito a loro. Ailis accarezzava ancora quello strano pallone. Ovale. Sono rimasto lì a guardarla per un tempo infinito, come se nient'altro avesse senso. Amo questo posto. Qui ci sono cose che non cambieranno mai: l'amore per le ragazze, uno strano gioco fatto di rimbalzi bizzarri e quel respiro nero, denso come i miei sogni, che nasce ogni giorno dal bacio delicato che Anna Liffey regala all'oro bruciato. Sta qui il senso di tutte le cose.

mercoledì 4 dicembre 2013

Inconfessabile

Adesso taci e apri le mani.
Ho cercato a lungo un segno ed un significato, un pretesto per l'istinto o la ragione.
E' passato il tempo e rimasto un soffio sottile,
a cancellare l'eco di un respiro trattenuto dal desiderio nascosto nel silenzio.
Sei rimasta tu. Lontana. Con le tue promesse dimenticate.
Mi hai consumato col desiderio di non averti appieno.
Banale fantasia che svanisce quando t'immagino nuda, oscena e languida, persa nell'ombra di un'acca lontana.
Io rimango sospeso, come in un etereo desiderare il risveglio al tuo fianco per sempre.
Vorrei per una volta che fosse il mio sorriso ad essere soddisfatto,
immaginare il tuo è come intuire il mondo scoppiarmi dentro.
Apri le mani ed accogli le mie, maneggiami con cura, come ami fare col tuo pallone.
Accogli il mio desiderio, risveglia l'animale che sono.